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Quando l’ansia si considera patologica?

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Quando l’ansia si considera patologica?

Parlare di ansia richiama spesso situazioni o contesti percepiti come negativi o meritevoli di un approccio risolutivo con terapie e percorsi specifici. Va anche precisato che l'ansia di per sé ha una connotazione di normalità ovvero è una risposta naturale a stimoli esterni che in linea di massima spingono l’individuo a reagire cercando di regolare i comportamenti al fine di ristabilire un equilibrio emotivo, legato ad un’azione che può rivelarsi benefica per il soggetto stesso.

Gli aspetti problematici e di difficoltà subentrano in particolari circostanze: l’ansia diventa negativa e con strascichi importanti quando la sua manifestazione si protrae nel tempo con intensità o frequenza che iniziano a interferire con il funzionamento e il benessere generale di una persona. Sono quindi questi tre i fattori che possono fare da discriminante tra un’ansia normale e una negativa: durata, intensità e frequenza sono gli attori principali che possono determinare un quadro patologico o meno.

Si analizza questo bivio spesso parlando di dicotomia tra ansia anormale e ansia anormale dove quest’ultima si afferma come sproporzionata rispetto alla situazione che ha suscitato la risposta ansiosa.

Quando l'intensità, la durata e/o la frequenza dell'ansia diventano angoscianti e croniche, tanto da interferire con il funzionamento di una persona, si parla spesso di ansia patologica. I disturbi d'ansia rappresentano varie forme in termini patologici con varie tipologie o livelli di criticità.
La differenza tra ansia normale e ansia anormale può anche essere ridotta alla considerazione seguente: l'ansia è considerata normale e adattiva quando serve a migliorare il funzionamento o il benessere delle persone.

Al contrario, l'ansia anormale è una condizione cronica che compromette il funzionamento delle persone e interferisce con il loro benessere, la loro tranquillità e la loro “normalità”. Questa menomazione causa loro un disagio significativo complicando le azioni seguenti e generando uno stato di malessere che può rivelarsi di delicata risoluzione.

Ci sono sintomi specifici che accompagnano ogni disturbo d'ansia.

Tuttavia, il criterio principale utilizzato per distinguere l'ansia normale da un disturbo d'ansia è che quella patologica-anormale provoca disagio significativo per l’individuo ed è tale da compromettere il funzionamento sociale, lavorativo o in altre aree importanti per la normalità di chi ne sta soffrendo la manifestazione.

Questa distinzione è importante e risulta fondamentale sia per la comprensione del fenomeno sia per analizzare il piano di intervento. Per esempio, un soggetto potrebbe avere la fobia di andare dal dentista trascinando interiormente emozioni contrastanti che si tramutano in sensazioni di disagio, di difficoltà a trovare uno spunto di tranquillità. Al contrario, anche la persona che subisce un disagio in vista di una seduta dal dentista può si avvertire disturbi ma trovare anche la forza di tollerarli e dirigersi verso lo studio per la seduta senza poi subire ulteriori attacchi o momenti critici.

In questo caso non possiamo parlare di un disturbo di fobia poiché non si ravvisano né si palesano i criteri che qualificano gli elementi per un disturbo patologico.

Secondo uno studio del National Institute of mental health (Nimh, 2008), sarebbero circa 40 milioni gli adulti americani (cioè il 18,1%) che hanno un disturbo d'ansia in un dato anno, con il loro primo episodio che si verifica il più delle volte tra i 20 e i 21 anni, in media.

Questo tasso di prevalenza è davvero sorprendente: circa una persona su cinque ha sperimentato un disturbo d'ansia durante l'anno tenuto sotto osservazione. È interessante notare che queste stime non sono esclusive degli Stati Uniti. Tassi di prevalenza simili sono riportati per la popolazione globale, in particolare nei Paesi sviluppati e dell’area occidentale del pianeta. Inoltre, l'evidenza suggerisce che le donne tendono a soffrire di disturbi d'ansia più frequentemente degli uomini in un rapporto che, secondo l’American psychological association (2013), si attesta anche a 2:1.

Ci sono diversi motivi per cui è importante fare questa distinzione tra ansia normale e adattativa e ansia come disturbo. In primo luogo, non sarebbe corretto concludere che qualcuno soffra di un disturbo d'ansia semplicemente perché sta vivendo un certo grado di ansia. Come spiegato sopra, l'ansia come emozione è una normale reazione a determinate situazioni e serve anche a uno scopo utile, quasi protettivo o cautelativo: spinge a riflettere, a capire come agire e smaltire gli effetti tossici. Pertanto, non è né necessario, né vantaggioso, tentare di liberarsi da ogni ansia.

In secondo luogo, è importante per ognuno di noi riconoscere che le nostre normali esperienze di ansia ordinaria sono qualitativamente diverse da quelle di una persona che soffre di un disturbo d'ansia. Spesso, familiari e amici ben intenzionati offrono consigli alle persone che cercano di riprendersi dai disturbi d'ansia.

Sfortunatamente, questi amici e familiari, pur agendo per il nostro bene e per supportarci, non riescono a capire perché la persona alle prese con un percorso delicato possa reagire così negativamente ai loro sforzi genuini per aiutarci a "superarlo". Questi tipi di tecniche possono essere utili per affrontare l'ansia ordinaria, ma non sono efficaci una volta che l'ansia ha raggiunto un livello patologico. In effetti, senza informazioni adeguate sui disturbi d'ansia, le persone in via di guarigione e i loro cari potrebbero ritrovarsi sempre più frustrati l'uno con l'altro: l’aiuto è sempre ben accetto e indicato dal punto di vista umano e affettivo.

Ci sono però degli aspetti che devono essere valutati in modo scientifico analizzando l’esplosione del problema e il suo manifestarsi: occorre pertanto affidarsi ad uno psicologo e intraprendere un cammino che varia in base all’individuo e alle sue problematiche.

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