FENOMENOLOGIA DELL’ARTE TERAPIA

di Paolo Quattrini e Pierluca Santoro

Articolo pubblicato sulla rivista "Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia".
Numero 23 pgg. 20-29

Teoria dell’arte terapia.

 

La psicoterapia o, più in generale, la psicologia che pone al centro del proprio interesse la relazione d’aiuto, distanziandosi per ragioni epistemologiche dalla possibilità di far parte delle scienze esatte, come da Nietzsche in poi è stato espresso da filosofi contemporanei (vedi per es. Galimberti), inclina naturalmente verso l’arte e le metodologie espressive, ricevendo da esse, oltre all’opportunità di sperimentare l’individualità nella sua profondità e immediatezza emotiva, anche varie tecniche. L’arte-terapia, intesa non come arte dellaterapia, ma come tecnica terapeutica che pone al centro della propria pratica l’uso di metodologie espressive, è anche un campo relazionale: all’interno di questo, il manifestarsi della persona può dar luogo alla riconoscibilità dei segni in quella logica trasferenziale che è propria dell’approccio psicoanalitico, ma, se si rinuncia alla necessità di cercare un quadro di riferimento oggettivante e si colloca invece la produzione artistica in un più ampio dispiegamento del rapporto Io-Tu di buberiana memoria, l’arte-terapia conferisce dimensione di valore all’espressione come principale veicolo di senso nel rapporto umano.

Kandinsky parla di necessità interiore1a proposito di creazione artistica, e il riferimento è quanto mai significativo se ci poniamo di fronte ad una riflessione concreta di cosa voglia dire fare arte-terapia. In questo senso possiamo definire la corrispondenza tra un contenuto interiore e la sua forma espressiva come la specificità di una modalità arte-terapeutica di approccio alla persona. Suoni, colori, forme e movimenti prendono valore in sé in una relazione d’aiuto quando si pongono come espressioni di contenuti dell’interiorità, e la forza dell’espressione creativa è viva quando questi contenuti, a prescindere dalla loro forma naturalistica o meno, sono una realtà interiore comunicata, e hanno perciò quello che Kandinsky definiscequalità estetica. Si può dire, in questo senso, che nell’arte-terapia non va data primaria importanza alla qualità tecnica delle forme prodotte, che è invece un obiettivo importante dell’attività artistica tout court, per non rischiare di perdere il contatto con l’anima della persona, vero polo di interesse nel processo arte-terapeutico.

Detto questo, è interessante notare come nell’era della riproducibilità tecnica, per dirla con Benjamin2, i mezzi espressivi, che alla nascita dell’arte-terapia come approccio riabilitativo sembravano ridursi all’uso della pittura e della musica, in questo periodo storico vedano un proliferare di tecniche che vanno dall’uso della fotografia e del video a quello della computer-grafica, dal pennello classico alla video-installazione, dalla drammatizzazione teatrale al montaggio di videoriprese. La possibilità, democraticamente diffusa, di imparare ad usare le più diverse apparecchiature tecnologiche, ha permesso lo sviluppo di tecniche espressive spesso molto sofisticate ed efficaci, allo scopo di far emergere quell’interiorità di cui parla Kandisky, soffocata nella quotidianità proprio dall’uso stereotipato della tecnologia stessa. È un ribaltamento importante, che fa dell’età della tecnica, più che un limite alla sperimentazione del dolore, come dice Galimberti3, un campo di lavoro importante nel rapporto terapeutico.

L’arte-terapia nasce originariamente in contesti di cura di tipo psichiatrico e l’associazione concettuale tra arte e follia non è certo casuale. È lo sviluppo di un paradosso culturale che ha generato questa attenzione nei confronti dell’arte e la sua associazione con la psicopatologia. La radice può essere infatti rintracciata nell’800 in Inghilterra quando le prime “workhouses” della ben nota “terapia occupazionale” di stampo positivista rappresentarono un nuovo sguardo sulla follia e sulla sua presa in carico da parte delle istituzioni. I primi prodotti della follia erano, infatti, più opere d’arte che risultati terapeutici e l’attenzione successiva della psicanalisi nei confronti dell’intrerpretabilità di tali processi creativi ne incrementò l’interesse fino a farli diventare un metodo di cura. 

Il paradosso è continuato: le strutture manicomiali, infatti, declinano nel momento in cui l’espressione del malessere, data dalla condizione stessa di detenzione, comincia a trasformarsi nell’espressione dell’individualità. Se infatti l’opera d’arte, o comunque il prodotto artistico dell’internato, era usata come strumento di analisi diagnostica e interpretativa del disagio, dagli anni ’80 in poi l’arteterapia diventa lo strumento di emancipazione principale e di espressione delle risorse interne da parte del malato psichiatrico. È un rovesciamento importante di prospettiva perché rende chiara, finalmente, la possibilità che l’arte-terapia, o più in generale la mediazione artistica, non sia soltanto l’espressione di un disagio psicologico, bensì lo strumento attraverso cui, senza pretese sul piano estetico o giudizi morali, ogni persona può cominciare a prendere contatto con la propria interiorità. L’espressione artistica diventa quindi comunicazione di risorse interne più che dolorosa e disperata richiesta di aiuto, spostando anche sensibilmente lo scenario applicativo dalla cura all’educazione.

L’associazione delle parole ‘arte’ e ‘terapia’ in un concetto che sembra veicolare anche una tecnica comporta vari problemi: per esempio, ciò che si costruisce, sia esso poesia, pittura, o teatro, non necessariamente ha alle spalle una specifica cultura. In altre parole, chi crea, mettiamo, una pittura all’interno di un processo terapeutico, non necessariamente ha una cultura pittorica che gli permette di produrre un’opera colta: d’altra parte, i naives sono esempi noti di pittura che è di buona qualità senza essere colta. Altro esempio interessante sono le pitture dei ricoverati degli ospedali psichiatrici, che a volte sono di notevole qualità senza che dietro ci sia una specifica cultura. In realtà, a volte la cultura aiuta ad aggiungere valore, altre volte costituisce impedimento.

La Gestalt utilizza nella psicoterapia un approccio creativo: quando il terapeuta chiede al paziente di parlare a se stesso sulla sedia calda, organizza la forma base del processo dialettico, ovvero tesi e antitesi che vanno verso la sintesi. Una persona che fa una terapia di orientamento gestaltico è continuamente tenuta dentro un processo creativo. Per quanto riguarda la tecnica, l’approccio gestaltico non richiede che i pazienti siano capaci di esprimersi ad alti livelli: a forza di farlo, diventano in ogni caso più abili, data la pratica dei processi della creatività.

I processi creativi hanno a che fare inevitabilmente con l’ansia, perchè avvengono in situazioni in cui la persona ha assunto il conflitto a livello intrapsichico, e invece di sopprimere una parte o l’altra sopporta la compresenza di tesi e antitesi. Il che vuol dire, invece di farsi mettere fretta dall’ansia, prendere il tempo di guardare sia tesi che antitesi: la sintesi viene fuori perchè ha a disposizione uno spazio più largo, che contiene appunto sia tesi che antitesi.

Nello specifico della mediazione artistica utilizzata in arte terapia, ci sono naturalmente differenze e peculiarità fra gli operatori di vari orientamenti. Una corrente, per esempio, considera l’arte una creazione sia concettuale che formale, per cui trova di migliore qualità un’opera che non sia solo un prodotto dell’emisfero destro, ma di un processo in cui cervello destro e sinistro si integrano, cioè sintetizzano qualcosa che non è più né solo pensiero né semplice associazione libera, ma una realtà che li trascende: trova, insomma, di migliore qualità quell’arte nella quale la persona fa qualcosa di nuovo stando in contatto con quello che sente e con quello che pensa. 

Per esempio, è opinione corrente che i sogni non siano opere d’arte, perché infatti nel sonno è assente una parte della persona, la parte razionale, e i sogni sono solo un prodotto del cervello destro: limitarsi a scarabocchiare senza stare in contatto con quello che se ne pensa, dà dei prodotti un po’ simili al sogno. Sono immagini che emergono senza incontrarsi con la controparte, mentre per molti l’arte richiederebbe un’integrazione del cervello destro e di quello sinistro.

Questo riguarda sia il piano artistico che quello terapeutico, dove ha una speciale importanza in quanto le operazioni trasformative richiedono per forza tutti e due gli emisferi in funzione, dato che si tratta sì di creare nuove forme, ma anche di metterle in relazione con l’insieme del mondo della persona.

Per quanto riguarda poi la formazione professionale, psicoterapeuta e counselor sono definizioni la cui specificità è connessa ai limiti permessi legalmente a chi esercita la professione: in Italia, per esempio, la legge permette solo agli psicoterapeuti di affrontare situazioni patologiche, mentre agli altri operatori di aiuto il campo d’azione è ristretto allo sviluppo del potenziale umano.

Lavorare con la mediazione artistica non è certo cosa facilissima, e sarebbe meglio avere una preparazione specifica. Vero è che si impara sempre e comunque facendo: posto che la persona sia disposta a imparare, può anche riuscirci senza una specifica formazione artistica, l’importante è che abbia maturato nel corso del tempo una sufficiente e congrua preparazione alla relazione d’aiuto e che l’utilizzo di qualsiasi mediatore artistico venga inserito all’interno di un contesto esperienziale in cui tale relazione sia considerata centrale e sia gestita con competenza ed etica professionale.

La mediazione artistica è, a volte, l’unica via d’accesso per la relazione d’aiuto, in particolare con i bambini, gli anziani arteriosclerotici e varie forme di psicosi. Le psicosi sono spesso disturbi della mente digitale, cioè del pensiero: è abbastanza inutile tentare di ragionare con uno psicotico, perché il suo pensiero non ha un tessuto coeso come quello delle persone che hanno invece una buona strutturazione dell’Io, e non fa forza sulle risposte. Mentre una persona “normalmente nevrotica”, per citare Bruno Callieri4, quando gli si dimostra che sta facendo qualcosa contro il suo interesse è obbligata a muoversi (magari pochissimo, ma si muove), con uno psicotico una dimostrazione razionale è pressoché priva di qualunque effetto concreto.

Se storicamente l’arte terapia è nata nei manicomi, cioè in contesti psichiatrici, è comunque applicabile in ogni tipo di disagio esistenziale. Il lavoro psicologico nasce dallo studio delle patologie e si sviluppa inizialmente con modalità mediche. Freud affronta le nevrosi isteriche come fossero malattie, poi la psicoterapia comincia a espandersi in ogni direzione, alla ricerca di qualcosa che funzioni per l'essere umano un po'in quasi tutti i contesti sociali e relazionali. La mediazione artistica, seguendo un processo analogo, intraprende il proprio percorso esperienziale a partire dalle malattie mentali, scopre che non fa effetto solo agli psicotici ma a tutti, e, sull'onda del successo culturale raggiunto, si espande, come possiamo bene vedere attualmente per il teatro, ad ogni campo della crescita personale.Non solo ci sono approcci specifici, tipo lo psicodramma e il sociodramma di Moreno e lo psicodramma lacaniano, ma anche altri approcci, come per esempio la Gestalt, che utilizzano il teatro: la tecnica della sedia calda, per esempio, non è altro che una messa in scena teatrale. 

Nell’approccio gestaltico in ogni caso, più che di teatro si dovrebbe parlare di drammatizzazione, che non è la stessa cosa: il teatro implica il valore estetico della scena, l’impatto scenico eccetera, mentre nella drammatizzazione si utilizzano delle interazioni brevi, dei piccoli “pezzi” che non si spingono fino a costruire una storia conclusa e dotata di trama.

I confini entro i quali si muove un approccio arteterapeutico che abbia valore sono creatività e espressione, nelle due aree, verbale e non verbale. L’area verbale richiede una conoscenza della lingua, cioè se non si sa il giapponese, il giapponese non lo si parla. Sul piano non verbale invece la faccenda è molto più diretta. L’analisi delle espressioni corporee umane rivela che un orientale non ha modalità espressive strutturalmente diverse da quelle di un occidentale, ma ha solo un modo diverso di gestirle. Per esperimento, furono fatte in ambito di una ricerca psicologica, riprese su un pubblico occidentale e un pubblico giapponese che stava guardando lo stesso film: alla prima osservazione della ripresa, sembrava che il pubblico occidentale reagisse con molta emozionalità mentre quello giapponese rimaneva impassibile. Rallentando la pellicola, si scoprì però che i giapponesi avevano le stesse espressioni della faccia, solo molto più rapide. 

I bambini di culture diverse hanno le stesse identiche modalità espressive: si riconosce perfettamente il vissuto emozionale di un bambino orientale, perché ha gli stessi identici modi di esprimerlo di un bambino occidentale.

Gli animali, in genere, non hanno una mobilità facciale tale da poter riconoscere in loro le stesse espressioni degli uomini, ma spesso hanno sul piano sonoro forme espressive inequivocabili. Questo riguarda in particolar modo i primati, che se osservati bene nelle modalità comportamentali mostrano chiaramente la loro vicinanza genetica con gli esseri umani; entro certi limiti, si capiscono anche i cani e i gatti, probabilmente per la lunghissima frequentazione che l’umanità ha avuto con loro. 

Il non verbale è insomma una via relazionale molto importante: non verbale per esempio è anche il linguaggio di un dipinto, che consiste in una modulazione di linee e colori. La base semantica di questo fenomeno è stata descritta bene da Kandinsky, che in Punto, linea e superficie5fa vedere come, per esempio, una linea scura in basso evoca un senso di terra, di qualcosa cioè che sostiene, mentre una linea chiara in basso evoca una sensazione di acqua, di qualcosa su cui non si può camminare, e via dicendo.

Esprimersi con modalità non verbali è una via di comunicazione con l’altro meno usuale di quella verbale e, di solito, è meno disturbata, essendo meno controllata dall’io: è anche per questo una possibilità di creare qualcosa di nuovo, magari semplicemente un modo diverso di rivolgersi all’altro, che nel comportamento permette poi più facilmente il passaggio dalla compensazione alla trasformazione. Se infatti si è abituati a comportarsi in un certo modo, il bisogno di compensazione entra in risonanza con l’abitudine e l’orizzonte si chiude, mentre di fronte al totalmente nuovo, come per esempio esprimere qualcosa di ansiogeno con un suono invece che con parole, la difficoltà può calare sensibilmente.

Come la comunicazione digitale ha necessariamente una struttura, altrimenti risulta incomprensibile, anche quella a prevalenza analogica deve essere strutturata per essere sensata: se il verbale è retto dalla sintassi, c’è bisogno del corrispettivo in area analogica, una sintassi dell’arte insomma, che se da un lato può essere meno rigida, dall’altro non deve essere meno rigorosa.

 

 

Tecnica dell’arteterapia

 

La tecnica usata da un pittore classico probabilmente era maggiore di quella di un pittore moderno, e questo testimonia a favore di uno snellimento del problema nel processo di sviluppo culturale dell’umanità: un livello minimale di tecnica è però indispensabile, e allora un problema è differenziare quale sia la tecnica della terapia e quale quella dell'arte vera e propria. 

Consideriamo, ad esempio, un approccio arteterapeutico in una logica fenomenologico esistenziale, dove il punto base del lavoro è tenere continuamente presente che c’è il pensare e c’è il sentire, e dove, quindi, bisogna sviluppare la tecnica del pensiero, la tecnica del sentire e la tecnica della connessione fra pensare e sentire. 

La tecnica del pensiero è la logica: c'è la logica formale, che è quella che si usa nel mondo occidentale, e qui la tecnica è rispettare le correlazioni formali che Aristotele postulò a suo tempo, cioè le regole della cosiddetta logica aristotelica, che si può chiamare appunto formalerispetto a una logica, per così dire, relativa.

Ci sono appunto altre logiche, per esempio quella modale. Come si sa, gli islamici aggiungono sempre alle loro affermazioni l'espressione "se Dio vorrà", che sembra qualcosa di fideistico: si tratta, invece, di un effetto di quella che si chiama la logica modale, che si è sviluppata con Avicenna e Averroè, due aristotelici dell’area islamica. Nella logica modale non si considerano le affermazioni come correlazioni astratte ma come correlazioni concrete, e allora dire: “2 + 2 fa quattro,se Dio vorrà”, vuol dire che a volte due mele + altre due mele non fa quattro mele, perché magari due marciscono per metà e diventano due mezze mele e alla fine il risultato è tre mele: le proposizioni non sono cioè reificate e mantengono l’incertezza della realtà concreta. 

Questo tipo di logica è stata rielaborata recentemente nel mondo occidentale, ed è conosciuta col nome di logica sfuocata: è una modalità che sembra molto funzionale in campo economico e anche in campo matematico. La tecnica di questa logica consisterebbe nel non esagerare nelle certezze: se si lavora in campo astratto la logica formale funziona, ma quando si lavora in campo concreto, per esempio psicologico, “se Dio vorrà” bisognerebbe considerarlo continuamente. Non è vero, infatti, che basta rendersi conto che c'è in funzione un complesso psichico a tonalità affettiva che sposta la percezione della realtà per far ritornare “normale” la percezione della realtà: il fatto di accorgersene e di poter formulare la cosa fa certamente differenza, ma per ciò che riguarda il funzionare, funziona solo, per così dire, “se Dio vorrà”, cioè se le contingenze lo permetteranno.

La logica paradossaleè ancora un'altra: qui, quello che bisogna tenere presente non è la corrispondenza ai modelli formali, o che non ci siano esagerati spostamenti sul piano astratto ma è l'effetto del paradosso utilizzato. La logica paradossale è quella che si usa specialmente nella cultura buddista e negli approcci sistemici, dove l'intervento psicologico non può utilizzare la logica lineare, che da una parte aiuta e da un'altra impedisce. 

Nella terapia della famiglia di solito si danno comandi paradossali, del tipo dire al figlio che non studia che lui è veramente una persona di straordinaria virtù perché in questa maniera aiuta i genitori, che occupandosi di lui non litigano fra loro. Questo è un intervento paradossale, a cui non si può né ubbidire né disubbidire, perché se il figlio continua, aiuta i genitori, cosa che evidentemente non vuole fare, e se non lo fa aiuta se stesso, altra cosa che evidentemente non vuole fare, e in tutt'e due i casi gli va in tilt la motivazione autodistruttiva. 

La logica paradossale si riferisce soprattutto a una valutazione di tipo concreto ed esperienziale: l'effetto ha a che fare cioè con qualcosa che si inserisce fra due parti che si impediscono a vicenda svincolandole dalla situazione di blocco. È chiaro che per questo non basta un paradosso qualunque, bisogna che sia specificatamente correlato con quello che sta succedendo. 

Se le logiche dunque sono almeno tre, che si presentano come fenomeni percettibili e distinti, ci vogliono almeno tre modalità diversificate di gestione del pensiero: bisogna, insomma, saper manovrare questi tre strumenti secondo le necessità della situazione. 

La tecnica del sentire consiste invece nell'educazione dell’attenzione: alcuni credono erroneamente che a scuola si va a imparare nozioni, mentre si sa che una volta che la scuola è finita si dimentica quasi tutto quello che si è studiato. Quello che invece si è imparato davvero, e non si dimentica, è la tecnica dell’attenzione, per cui la persona poi può studiare e imparare quello che gli pare. 

Il problema dell’attenzione è che è parcellizzabile, cioè si può stare attenti a più cose insieme: quando si studia, spesso con un occhio si guarda il libro e con l’altro la fidanzata, e il risultato è che ci si occupa poco sia del libro che della fidanzata. La tecnica dell’attenzione è riunificare l'occhio destro e l’occhio sinistro, cioè riuscire a tenere interamente l'attenzione sulla cosa che si sta guardando. Un quadro di Leonardo guardato distrattamente non è niente, e lo stesso vale per esempio per una poesia di Rimbaud, che superficialmente appare come un insieme di parole più o meno casuali: ascoltata con tutta l’attenzione, alla percezione appare tridimensionale, e diventa un'esperienza esaltante. 

Per l’arteterapia bisogna che una persona abbia un'attenzione alla percezione molto ben addestrata, cioè che sia capace di riunificare le parti dell'attenzione: la tecnica del sentire è fondamentalmente la tecnica dell’attenzione6. Il desiderio per esempio ha una forte capacità coesiva rispetto all'attenzione, è difficile distogliere l’attenzione da qualcosa che piace7. Nell’Inferno di Dante, Francesca dice riguardo a Paolo, con cui e per cui è finita lì, “mi prese del costui piacer sì forte,/ che, come vedi, ancor non m’abbandona8, e si vede qui la forza della concentrazione.

Con la concentrazione, la percezione da bidimensionale diventa tridimensionale, e come tale trascende se stessa e diventa valore: il mondo da oggetto diventa fenomeno. Come dice Kandinsky9, il fenomeno ha di per sé un valore interiore, e si potrebbe dire che la tecnica principale di un arteterapeuta sia, in definitiva, quella di aiutare la persona a concentrare l'attenzione sul valore interiore di un’esperienza, di accompagnare insomma in questa maniera le persone fuori dagli oggetti e verso i fenomeni. Il mezzo dell'arte è molto adatto, perchè lì è più facile contattare la bellezza: è abbastanza difficile accorgersi della bellezza nell’interazione tra due persone per via di tutte le componenti ansiogene che questa comporta, è più facile accorgersene guardando per esempio un quadro. Sviluppato un senso estetico, poi si può utilizzare anche all'interno delle interazioni umane, e quindi serve alla psicoterapia. 

Riguardo poi a due strumenti che vengono usati comunemente in arteterapia, la musica e la pittura, è interessante per esempio la differenza che faceva Kandinsky10, quando diceva che il suono ha un accesso diretto alla persona, all’interiorità di una persona, mentre l’immagine lo ha meno, e che il vantaggio dell’immagine è che è svincolata dal tempo, mentre il suono non può farne a meno. Gianni Capitani11, d’altra parte, dice che le forme non sono come sono, ma sono secondo il punto di vista da cui la persona le guarda, e quindi anche con le forme si può utilizzare per il sentire la tecnica dellaridefinizione. In psicoterapia le situazioni descritte dai pazienti vengono a volte trasformate attraverso una ridefinizione, e Capitani dice che anche le forme nude e crude sono ridefinibili12: per esempio si può guardare un quadro con forme naturalistiche dal punto di vista di queste, ma anche dal punto di vista della relazione tra i chiari e gli scuri, o fra le linee diritte le linee curve, come ha fatto l’impressionismo.

Questa è una ridefinizione dell'opera, perché sposta l’occhio di chi guarda e permette di vedere cose completamente differenti, compreso vedere un altro quadro, qualcosa che apparentemente non c'era, o che comunque non si sapeva che ci fosse. Se si guarda le immagini o gli effetti di luce, il quadro diventa abbastanza differente perché qualcosa che gli mancava va sul fondo e qualcos’altro viene valorizzato in primo piano, cioè viene guardato con attenzione: l'effetto che questo fa è allora più denso, mentre le cose che vanno sullo sfondo fanno un effetto meno denso. Qui, nel guardare l’arte avviene lo stesso che nel guardare gli eventi psichici, e arteterapia in questo senso è come psicoterapia tout court: è un'occasione di guardare diversamente e di vedere ingressi e uscite differenti. L'arteterapia ottiene, insomma, lo stesso risultato, sia sul piano artistico per quanto riguarda gli oggetti prodotti, sia sul piano psicologico, per assonanza, per analogia, per metafora, ecc; quindi è un’operazione allo stesso tempo artistica e psicologica.

La ridefinizione ha a che fare con la narrazione e, a proposito di questo, Carlo Sini sostiene la tesi che il passato dipende dal futuro13. Un esempio storico-politico è l'avventura di Pol Pot: per un certo periodo, la storia di Pol Pot in Cambogia era bella, avventurosa, lanciata verso un futuro di libertà e qualità, ma, a un certo momento, è diventata orrenda, spaventosa e questa orrendezza ha investito anche il passato. Dopo che ha fatto massacrare centinaia di migliaia di persone, Pol Pot è apparso come un mostro e, retrospettivamente, è stato visto così anche quando era quello che combatteva per la libertà, cominciando a vedere nella sua stessa ideologia le premesse del massacro.

Una storia è, per così dire, incorniciata, cioè ha un inizio e una fine. Non si può applicare questa considerazione alla storia umana, perché non avendo avuto ancora fine non può essere percepita come insieme, ma una storia che ha un inizio e una fine è interpretabile secondo un’ottica e reinterpretabile secondo un’altra. I rappresentanti della vecchia monarchia dipingono la rivoluzione francese, considerata quasi unanimemente un evento storico di ottima qualità, come un incubo terrificante, un massacro spaventoso: è un problema di definizione, nel senso che definita come la morte del vecchio regime è qualcosa di buono, ma definita come il massacro di persone spesso innocenti è un incubo, malgrado sia la stessa identica cosa, e da qui si capisce come tutte le storie siano soggette alla ridefinizione. 

In psicoterapia questo è importantissimo: consideriamo una persona che si lamenta di quanto è stata cattiva con lui la sua mamma. Ripercorrendo la storia e allargandola attraverso le domande, si può mettere in luce quanto quella povera donna della sua mamma abbia lavorato e si sia fatta in quattro per tirare su la famiglia, ecc. La storia cambia tantissimo di segno e quello che per il figlio poteva sembrare imperdonabile diventa comprensibile e, magari, la persona può smettere di rimanere aggrappata al senso di ingiustizia, perchè questo non riguarda solo lui personalmente, ma appartiene all'essenza stessa della realtà: magari la sua mamma era infelice perché era sola, perché a sua volta la sua mamma l’aveva picchiata da piccola, eccetera, e da infelice più di quello non ha potuto fare. La ridefinizione aiuta: se uno smette di passare la sua vita a fare dispetto alla sua mamma magari ha tempo per fare cose più interessanti. 

Se c’è una tecnica del sentire, c’è dunque una grammatica dell’arte che, come dice Capitani, andrebbe studiata attentamente: Kandinsky osserva, per esempio, che colori caldi e colori freddi hanno una tendenza centrifuga o centripeta rispetto all'osservatore, cioè i colori caldi vanno verso l’osservatore mentre i colori freddi si ritirano e tirano dentro di sé le forme. È un’osservazione centrale, perchè caldo e freddo, oltre che nella pittura, sono importanti sia nell'architettura che nella quotidianità. Probabilmente i colori freddi sono particolarmente congrui agli estroversi e i colori caldi agli introversi per compensazione, perché gli introversi, facendo già fatica a esprimersi, nel momento in cui devono anche fare calore intorno è probabile che rinuncino all’impresa e si allontanino. Gli estroversi, al contrario, che emanano spontaneamente calore intorno a loro, se trovano colori “assorbenti” è facile che si sentano maggiormente in equilibrio. È importante rendersene conto nella convivenza con le persone: un introverso e un estroverso possono stridere fortemente su questo tema, pensando ognuno che l’altro non capisca niente.

Parallelamente, immaginando una grammatica della vita emozionale, bisogna tenere presente, per esempio, che la rabbia è un’emozione secondaria, che è necessariamente preceduta da paura o dolore, o entrambe: considerando che la paura può anche prendere il cammino della rassicurazione e il dolore quello della consolazione invece di diventare rabbia, si capisce quanto lo sviluppo della funzione rassicuratoriae di quella consolatoriasia fondamentale per il miglioramento della qualità della vita della persona e come sia dunque un fatto fondamentale come tecnica per la psicoterapia.

La tecnica dell’integrazione del sentire con il pensare è poi quella più difficile, anche perché difficilmente può essere espressa chiaramente per via digitale: nella Gestalt si chiama la pratica del vuoto fertile, e consiste nello stare appunto nel vuoto, aspettando che si riempia da dentro, come nel mito della cornucopia che produce ogni tipo di cose senza smettere mai. È molto simile a quello che nella meditazione di tradizione tibetana si chiama Ri-pa, lo “stato della mente”: quando la mente si ferma, comincia una produzione che viene da dentro e attraversa la persona senza che questa faccia nulla. La grande difficoltà è accettare di non controllare il fenomeno, e lasciare che avvenga autonomamente.

Tecnica del pensare, tecnica del sentire e pratica del vuoto fertile sono pertanto strumenti basilari dell’arte terapia, cosi come della psicoterapia della Gestalt, e fanno la differenza fra interventi di alta o bassa qualità: in genere, tuttavia, questi sono ambiti esperienziali scarsamente presi in considerazione quando si parla di arteterapia, che rimane, senza dubbio, una relazione d’aiuto a prescindere dal mediatore che si utilizza per renderla possibile ed efficace.

 

Bibliografia

 

 

  • Basaglia F., Conferenze brasiliane, 2000 Milano, RaffaelloCortinaEditore.

  • Benjamin W., L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966

  • Callieri B., Quando vince l'ombra. Problemi di psicopatologia clinica, 2001, Edizioni Univ. Romane, Roma.

  • Galimebrti U., Psiche e teche, Feltrinelli, Milano 1999.

  • Kandinsky W., Lo spirituale nell’arte, SE, Milano 1989.

  • Kandinsky W., Punto linea superficie, Adelphi, Milano 1968.

  • Laing R. D., L’Io diviso, Torino 1969, Einaudi.

  • Quattrini G.P., Fenomenologia dell’esperienza, Zephyro, Milano, 2007.

  • Quattrini G.P., Pratiche di psicoterapia fenomenologico esistenziale, Giunti, Firenze, 2011.

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  • Sartre J.P., Il muro, 1947 Torino, Einaudi.

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1W. Kandinsky, Lo spirituale nell’arte, SE, Milano 1989. 

2W. Benjamin, L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, Einaudi, Torino 1966.

3Cfr. U. Galimebrti, Psiche e teche, Feltrinelli, Milano 1999.

4In realtà, l’espressione tipicamente usata dal noto psichiatra fenomenologo Bruno Callieri in conferenze, seminari e comunicazioni personali è “normotici”, ironizzando sulla tentazione classificatoria che prende ogni buon allievo di medicina e psicologia alle prime armi. Per approfondimenti cfr. Callieri B., Quando vince l'ombra. Problemi di psicopatologia clinica, 2001, Edizioni Univ. Romane, Roma.

5W. Kandinsky, Punto linea superficie, Adelphi, Milano, 1968.

6Il più noto modo di addestrare l’attenzione sono gli scapaccioni: “studia cretino!”. Il modo più sofisticato è fissare la fiamma di una candela, cosa che porta la persona a unificare le parti dell’attenzione.

7Una volta, una donna guardando un uomo mentre smontava un orologio, disse con una voce dal profondo: “vorrei che tu guardassi me come guardi quell'orologio.” Lei aveva capito bene questa affermazione.

8Alighieri D., Divina commedia – Inferno, Canto V vers. 105.

9Op. Cit.

10Ibidem

11Artista di origine italiana. Vive e lavora attualmente in Messico come formatore di Gestalt Counseling a mediazione artistica. I concetti riportati fanno riferimento a comunicazioni orali durante workshops di formazione svoltisi al Petraria Sport Village, Cannole (LE), nel 2010.

12Comunicazione orale.

13C. Sini, Il silenzio e la parola. Luoghi e confini del sapere per un uomo planetario, Genova 1989

LA VISIONE DEL MONDO DI UNO PSICOLOGO

di Pierluca Santoro

Articolo pubblicato sulla rivista "Formazione IN Psicoterapia, Counselling, Fenomenologia".
Numero 23 pgg 78-85.

Il primo a parlare di Weltanschauung, intraducibile parola tedesca che spesso per semplicità riduciamo a "visione del mondo", è stato probabilmente il filosofo Wilhelm Dilthey alla fine del XIX secolo. Rappresentante dello storicismo tedesco, Dilthey elabora la distinzione essenziale tra scienze della natura escienze dello spirito (o scienze umane) - le prime hanno come oggetto il mondo intorno all'uomo strutturando metodologie di osservazione e valutazione in un rapporto soggetto/oggetto, le seconde hanno invece come centro di attenzione l'uomo stesso in un rapporto inevitabilmente soggetto/soggetto - affidando alle seconde il compito fondamentale di comprendere il senso dell'agire umano nella sua organizzazione storico-sociale.
Tralasciando quelle che sono state le critiche allo storicismo come corrente filosofica, di cui Popper è forse stata la bandiera più alta, è la distinzione tra scienze della natura e scienze umane a destare la mia attenzione fin da quando ho cominciato a studiare psicologia. Il dubbio fondamentale, alimentato da quello stancante scetticismo nei confronti delle "chiacchiere" psicologiche, giustificato molto spesso anche da presenze televisive disturbanti e fastidiose, è sempre comunque stato se considerare la psicologia una scienza annoverabile tra le prime o le seconde (ricordo a tal proposito che tra le scienze della natura possiamo trovare la fisica, l'ingegneria e la chimica, mentre tra le seconde la filosofia, la sociologia e, quando è nata, la psicologia appunto, che etimologicamente significa "conoscenza dell'anima").
E' noto ormai il passaggio accademico compiuto, per esempio all'Università "La Sapienza" di Roma, del corso di Laurea in Psicologia dentro la Facoltà di Medicina, ed è altrettanto noto l'interesse metodologico della ricerca psicologica ad autolegittimarsi scientificamente e ad autorappresentarsi come scienza con la "S" maiuscola. Ma il dubbio persiste (o l'equivoco, a seconda dei punti di vista) se poniamo l'attenzione a quello che dovrebbe essere l'oggetto di studio della disciplina, inevitabilmente schiacciato, da una parte, dall'esigenza di ricerca e verifica della efficacia (o come direbbe appunto Popper della "falsificabilità") teoretica, e, dall'altra, dal mandato sociale sostenuto da chi soffre e chiede aiuto per questo. Posta in questi termini la questione, sarebbe arduo affermare quindi che la Psicologia sia certamente una scienza della natura o piuttosto una scienza umana se non definiamo prima il metodo attraverso il quale possa esprimere il proprio substrato epistemologico. Ogni scienza, infatti, può definirsi tale solo attraverso la legittimazione del metodo di ricerca di conoscenza che adopera. Volendo potremmo dire che anche la Medicina occidentale soffre della stessa ambiguità epistemologica, se non avesse nei secoli sviluppato, ricercato e standardizzato una serie di metodologie e tecniche di studio di volta in volta affermate e falsificate (in senso popperiano) e che tali tecnologie tendono ad assomigliare sempre più a quelle delle scienze della natura piuttosto che a quelle delle scienze dello spirito: in sostanza, il famoso metodo sperimentale. 

E la psicologia? Se il medico da un lato può godere a pieno titolo di quella ancora non del tutto superata dicotomia cartesiana tra mente e corpo, centrando la sua attenzione scientifica sul secondo - misurandolo, quantificandolo e scomponendolo in oggetto di studio più o meno come farebbe un ingegnere con un fabbricato - può fare altrettanto uno psicologo con la mente di un individuo o, per meglio dire, col suo "spirito"? E' possibile prendere come oggetto di analisi scientifica, metodologicamente e teoreticamente provata, la vita di una persona che soffre? La differenza la farà probabilmente lo scopo, cioè se lo psicologo è interessato alla spiegazione di quel soffrire in termini universali e a divulgare questa conoscenza o se invece non sia interessato alla com-prensione di quello specifico individuo con l'intenzione di aiutarlo a cambiare. Parole che, lo spiegare e il comprendere, costruiscono la distinzione base della fenomenologia di HusserleHeidegger, che ha poi determinato il nascere della psichiatria di Jasperse poi anche della psicoanalisi di Freud.

Brentano, dai più considerato il vero padre fondatore della psicologia, diceva che la realtà è inconoscibile (il fenomeno primario, gli oggetti, ciò che è) ma che ciò che importa è il fenomeno, quello che appare agli occhi dell'osservatore (il fenomeno secondario, l'effetto che producono su di noi gli oggetti) e che questa percezione è sempre mossa da intenzionalità.
Tornando quindi al concetto di Weltanschauung come "visione del mondo", ritengo sia importante capire come la psicologia, in questo attuale momento storico, possa essere intesa e quale visione del mondo abbia strutturato nel suo agire scientifico. Quella dello spiegare o quella del comprendere? E' interessata al fenomeno primario o a quello secondario? In sostanza, è una scienza della natura o una scienza dello spirito? Il paradosso infatti è evidente: la psicologia soffre inevitabilmente di una scissione, oserei dire schizoide (?!), rendendo esplicita la distinzione tra una professionalità orientata alla ricerca di paradigmi scientifici, e quindi guidata nel suo agire tecnico dalle strettoie della sperimentazione classica, e una professionalità orientata alla relazione d'aiuto, secondo me invece funzionale solo se caratterizzata da un'attenzione olistica alla persona e al disagio che porta nella relazione con l'operatore. Nel primo caso possiamo parlare quindi di cura e guarigione, come processi che sottendono una relazione soggetto(operatore)/oggetto(paziente), e nel secondo di prendersi cura e accompagnamento esistenziale, processi che invece sottendono una relazione Io-Tudi buberiana memoria tra soggetto/soggetto.
Detto questo, se la metodologia scientifica che di volta in volta lo psicologo sperimentale si trova a dover giustificare ed applicare può diventare un limite alla relazione d'aiuto, ma sicuramente anche un aspetto chiarificatore del suo agire professionale, come può invece, altrettanto chiaramente, uno psicologo orientato alla relazione d'aiuto definire il proprio campo d'azione e la propria metodologia scientifica? E' ovvio che non potrà, seguendo il ragionamento precedente, utilizzare gli strumenti della standardizzazione epistemologica per non cadere nella trappola tecnocratica del saper fare e del saper spiegare oggettivando quindi il rapporto col proprio paziente/cliente, ma certamente un criterio di verifica della propriaintenzionalità percettiva, sempre seguendo Brentano, dovrà pure strutturarlo, senza porsi in un facile atteggiamento naive al di sopra del merito e della verifica. Qui sorge un problema di non facile determinazione se non si prende in considerazione anche l'aspetto politico della questione, dove per politico intendo l'insieme di interessi sociali sottostanti la ricerca del bene comune. In sostanza, per chi e per che cosa diventa necessario verificare una prassi terapeutica?

Aprendo una parentesi dal mio punto di vista significativa, è bene distinguere quindi le professionalità coinvolte nel campo allargato della psicologia se si vuole prendere in considerazione il livello politico della legittimazione scientifica.

Per prima cosa cominciamo col distinguere lo Psicologo (laureato in Psicologia, abilitato e iscritto ad un Ordine Professionale Regionale degli Psicologi), lo Psichiatra (laureato in Medicina, successivamente specializzato in Psichiatria e iscritto anch'egli in un Ordine Professionale, quello dei Medici), lo Psicoterapeuta (laureato o in Medicina o in Psicologia e successivamente specializzato e abilitato all'esercizio della Psicoterapia) e infine il Counsellor, di cui parlerò successivamente, che sono le principali, ma non le uniche, figure coinvolte nel campo della relazione d'aiuto.
Per quanto riguarda la figura dello psicologo è bene quindi fare riferimento anche alla giurisprudenza che così ne definisce l'ordinamento:

Legge 18 febbraio 1989, n. 56 (1)

Ordinamento della professione di psicologo (2) (3). Pubblicata in G.U. del 24 febbraio 1989, n. 46

1. Definizione della professione di psicologo
1. La professione di psicologo comprende l'uso degli strumenti conoscitivi e di intervento per la prevenzione, la diagnosi, le attività di abilitazione-riabilitazione e di sostegno in ambito psicologico rivolte alla persona, al gruppo, agli organismi sociali e alle comunità. Comprende altresì le attività di sperimentazione, ricerca e didattica in tale ambito.

2. Requisiti per l'esercizio dell'attività di psicologo
1. Per esercitare la professione di psicologo è necessario aver conseguito l'abilitazione in psicologia mediante l'esame di Stato ed essere iscritto nell'apposito Albo professionale.

2. L'esame di Stato è disciplinato con decreto del Presidente della Repubblica, da emanarsi entro sei mesi dalla data di entrata in vigore della presente legge.

3. Sono ammessi all'esame di Stato i laureati in psicologia che siano in possesso di adeguata documentazione attestante l'effettuazione di un tirocinio pratico secondo modalità stabilite con decreto del Ministro della pubblica istruzione, da emanarsi tassativamente entro un anno dalla data di entrata in vigore della presente legge.1

La professione dello psicologo, quindi, da un punto di vista giurisprudenziale è certamente ben definita in ogni sua competenza se tra queste si esclude, in un certo senso, cosa significhi saper aiutare una persona. In termini normativi infatti si parla di "consulenza", "diagnosi", "riabilitazione" e "sostegno". Nulla che riguardi la cura o la terapia, storicamente campi d'azione della medicina tout court. La psicoterapia allora, per definizione il campo della "cura psicologica", è disciplinata, legislativamente, nel seguente modo:

3. Esercizio dell'attività psicoterapeutica
1. L'esercizio dell'attività psicoterapeutica è subordinato ad una specifica formazione professionale, da acquisirsi, dopo il conseguimento della laurea in psicologia o in medicina e chirurgia, mediante corsi di specializzazione almeno quadriennali che prevedano adeguata formazione e addestramento in psicoterapia, attivati ai sensi del decreto del Presidente della Repubblica 10 marzo 1982, n. 162, presso scuole di specializzazione universitaria o presso istituti a tal fine riconosciuti con le procedure di cui all'articolo 3 del citato decreto del Presidente della Repubblica (4).

2. Agli psicoterapeuti non medici è vietato ogni intervento di competenza esclusiva della professione medica.

3. Previo consenso del paziente, lo psicoterapeuta e il medico curante sono tenuti alla reciproca informazione

Come si può notare, qui appare la prima discrepanza tra l'agire psicologico in relazione alla cura, sicuramente poco definito da un punto di vista etimologico, e quello medico dentro al quale in qualche modo risiede anche il primo. Si perchè, se da un lato lo psicologo per esercitare la professione "terapeutica" deve specializzarsi in essa specificatamente senza mai comunque sconfinare in territori di "competenza esclusiva della professione medica" e, al contrario, in deroga anche alla precedente normativa, lo psichiatra può fregiarsi del titolo anche di psicoterapeuta pur non specializzandosi in modo specifico, ma acquisendone le competenze, come dire, per "osmosi" epistemologica, appare del tutto evidente come, nella nostra società, il concetto di cura e terapia non abbiano molto a che fare con l'aiuto nel senso di processo di crescita, quanto ancora e sempre con il modello medico di guarigione dai sintomi. Ora, di questo non ci sarebbe nulla di cui stupirsi, se non fosse che, la maggior parte delle volte, il sostegno e la conferma del modello medico come cardine attorno al quale debba uniformarsi la relazione d'aiuto, vengano proprio dagli stessi psicologi, sempre pronti a legittimarsi e autoproclamarsi strenui difensori del metodo scientifico (o sperimentale che dir si voglia).

Detto questo, forse in modo anche un pò polemico, la domanda che allora sorge spontanea è: che cosa significa relazione d'aiuto? In cosa consiste aiutare qualcuno con gli strumenti della psicologia o della psicoterapia? A quali problematiche fa riferimento tale relazione? La risposta non è semplice se cerchiamo di trovarla all'interno di confini semantici propri della medicina classica, come sarebbero quelli di "patologie", "sintomi", "malattie" o "disturbi". Un territorio linguistico sicuramente più sobrio e consono ad un modello epistemologicamente orientato alla com-prensione piuttosto che alla spiegazione (per dirlo in termini fenomenologici), sarebbe contraddistinto da parole come "difficoltà", "disagio", "disorientamento" e "ignoranza", intesa ovviamente come mancanza di conoscenza di sé. Termini che a ben guardare farebbero riferimento a percorsi esistenziali complessi più che a isolate e a catalogate manifestazioni dell'essere. E' chiaro che, posta in questo modo, la questione sembrerebbe limitata ad un uso proprio/improprio del linguaggio e che la sostanza sia ben altra cosa. Ma l'esperienza che in anni ho potuto maturare in psichiatria mi dice in realtà esattamente l'opposto, cioè che molto spesso sono proprio gli equivoci linguistici a generare o alimentare i pregiudizi semantici. Parlare di schizofrenia senza conoscere la storia di un individuo, generalmente spinge l'operatore d'aiuto a intraprendere percorsi relazionali che camminano sugli stessi pregiudizi che la persona ha della schizofrenia. Facendo un esempio, se cadendo in un gigantesco ma quanto mai diffuso pregiudizio, si usa la parola schizofrenico per indicare un individuo violento in modo incomprensibile, l'operatore inesperto che continua ad usare un linguaggio scorretto, finirà per essere convinto dell'associazione tra schizofrenia e violenza e tratterà tutti i suoi futuri pazienti schizofrenici come dei potenziali aggressori, e tutti i violenti come dei potenziali schizofrenici. In ogni caso, senza divagare troppo sul tema psichiatrico, e tornando alla relazione d'aiuto come campo di intersezione dei vettori professionali psicologico e medico, si può dire che il disagio esistenziale non possa fare a meno del "prendersi cura", fondamentalmente diverso dal "curare", in quanto nel primo caso ci riferiamo all'incontro di due soggetti ugualmente attivi e nel secondo invece di un soggetto e di un oggetto della guarigione.
L'ultimo campo d'intersezione professionale che, soprattutto ultimamente, in un momento di grande crisi culturale ed economica del nostro paese, ha generato non poche polemiche e conflitti corporativistici veri e propri, è il Counselling. La figura del Counsellor, che fino al febbraio di quest'anno non ha goduto di nessuna legittimazione legislativa nè di converso di nessuna protezione ordinamentale, nasce, si sviluppa e si alimenta proprio sul limite delle aporie concettuali che ho precedentemente discusso in merito al concetto di cura. Esistono diversi statuti privati che hanno cercato nel tempo di definire la professionalità del Counsellor, come ad esempio l'
AICo, nel tentativo di qualificare da un lato i professionisti formati ad agire in determinati settori e secondo definite metodologie, dall'altro di garantire e tutelare un'utenza spesso disinformata. Dal Codice Deontologico dell'AICo:

a) Definizione di Counselling: il Counselling è un processo di apprendimento, attraverso un’interazione tra Counsellor e cliente, o clienti (individui, famiglie, gruppi o istituzioni), che affronta in modo olistico problemi sociali, culturali e/o emozionali. Il Counselling può cercare la soluzione di specifici problemi, aiutare a prendere decisioni, a gestire crisi, migliorare relazioni, sviluppare risorse, promuovere e sviluppare la consapevolezza personale, lavorare con emozioni e pensieri, percezioni e conflitti interni e/o esterni. L’obiettivo nel complesso è di fornire ai clienti opportunità di lavoro su se stessi, nell’ottica di raggiungere maggiori risorse e ottenere una maggiore soddisfazione come individui e come membri della società.

b) Definizione di Counsellor: Il Counsellor è un’operatore d’aiuto in tutte quelle situazioni che hanno a che fare con relazioni umane, da quelle professionali a quelle interpersonali fino a quelle con se stessi. Il concetto di relazione d’aiuto si può intendere in varie maniere naturalmente: una è quella dell’aiuto attraverso la relazione, in cui la relazione appunto fra operatore e cliente è paradigma relazionale, la cui qualità funziona come esempio per le altre relazioni. Altra implicazione possibile è che si tratti di aiutare ad aiutarsi: l’operatore in questo caso avrebbe una funzione di catalizzatore di avvenimenti interni, e non di sostituto di capacità mancanti.

Relazioni umane, quindi. Rimanendo alle dichiarazioni d'intenti, le uniche professionalità che centrano il proprio mandato sociale sull'aiuto sono quelle dello psicoterapeuta e quelle del counsellor, non propriamente invece quelle dello psicologo o dello psichiatra per cui più consono sarebbe come riferimento del proprio agire il conoscere tout court. Ma che vuol dire conoscere? Che strumenti utilizziamo abitualmente per conoscere? E soprattutto: come si declina il verbo conoscere nei confronti dell'essere umano e della sua esperienza esistenziale, ovvero del suo mondo interno?

La risposta a questi quesiti non è semplice, ma ogni specialista che si rispetti non può che fare riferimento alla filosofia, storicamente campo di ricerca specifico della conoscenza. Sono infatti i filosofi i grandi creditori di tutte le più moderne teorie di riferimento dello studio della conoscenza e degli esseri umani nel loro viaggio relazionale, come sono filosofi (oltre che antropologi, sociologi e persino letterati) anche i precursori di tutte le applicazioni psicologiche che conosciamo in campo esistenzialista e più in generale psicoterapeutico. Dubito infatti che senza Husserl e Heidegger Jaspers avesse potuto scrivere uno dei più grandi manuali di psichiatria della storia, cosi come senza Nietszche Freud non avrebbe potuto intraprendere l'epocale avventura della psicoanalisi e gli esempi potrebbero essere infiniti. Il punto della questione sollevata quindi dalla recente guerra ideologica tra psicologi e counsellors sulla titolarità degli interventi nel campo della relazione d'aiuto rischia di essere quasi incomprensibile da un punto di vista logico. Al centro della speculazione di una fetta dell'Ordine degli Psicologi appare infatti la legittimità e la difesa dell'agire “psi”, tutelata ma scarsamente definita deontologicamente dall'ordine stesso: la pretesa è quella di monopolizzare un campo sociale come quello dell'aiuto in virtù, all'apparenza appunto, di una formazione specifica e riconosciuta legalmente. Nessuno fa caso però al fatto che la maggior parte degli insegnanti, siano essi accademici o non, delle materie psicologiche non siano affatto psicologi di formazione e che lo stesso corso di laurea in Psicologia non attribuisca nessuna competenza di merito, così come da Codice Deontologico, riguardo la relazione d'aiuto e la psicoterapia2. Il paradosso sembrerebbe quindi configurarsi intorno alla formazione, da un lato centrata sugli aspetti diagnostici e conoscitivi, quella degli psicologi, e sviluppata da non psicologi, e dall'altro invece sulla relazione d'aiuto, quella dei counsellors, questa sì limitata nel suo agire ma non riconosciuta e protetta da Ordini professionali.

Tornando quindi a dipanare l'intrecciata matassa della discussione sulla titolarità degli interventi nel campo “psi”, che, come abbiamo visto necessita chiaramente di una valutazione di tipo etico oltre che scientifico, l'oggetto principale della discussione dovrebbe vertere principalmente sulla necessità di avere un'utenza informata e consapevole, piuttosto che una difesa corporativistica che non ha nessun valore se non quello di voler affermare una posizione professionale. Seguendo il ragionamento fatto finora è doveroso, ad esempio, dover affermare che lo psicologo come figura professionale non sia formato e abilitato alla relazione d'aiuto intesa come prendersi cura e/o terapia del disagio esistenziale della persona e che la semplice laurea e iscrizione all'ordine non tutela affatto l'utenza da abusi professionali, come affermato da più parti recentemente nella guerra legale tra psicologi e counsellors, quanto piuttosto lo psicologo stesso di fronte al mercato delle professioni. Sbandierare quindi, come viene spesso fatto, la presunta tutela dell'utenza di fronte al rischio di abusi e truffe sanitarie da parte di professionisti non abilitati appare piuttosto come un ribaltamento dialettico che strumentalizza la legge senza ottenere per altro nessuno scopo reale se non quello di spaventare e irrigidire il sistema dell'aiuto e della formazione.

Posto che scegliere di farsi aiutare è sempre, nella nostra cultura, un discreto atto di coraggio, e considerando quanto diffusa sia l'idea che "andare dallo psicologo significa essere matti" e che per questo fino a non pochi anni fa si rischiava di finire in manicomio o peggio di doversi vergognare di fronte alla comunità più prossima, le garanzie formali e deontologiche tuttavia non riducono a mio avviso il rischio di incontrare comunque la persona sbagliata che non sia in grado di aiutarci. Essendo la relazione d'aiuto fondamentalmente una relazione basata sulla qualità dello scambio esistenziale tra due individui, io credo che l'unica garanzia formalmente significativa per un cliente invischiato nell'ardua scelta del suo terapeuta, sia unicamente il pregresso percorso di richiesta d'aiuto del terapeuta stesso. In altre parole se, con chi e per quanto tempo egli stesso è riuscito a farsi aiutare nella sua formazione. 

Il campo “psi”, come si è visto, è vasto, multidisciplinare e etimologicamente poco definibile. Per questo motivo ritengo decisamente inopportuna una dialettica che ponga le sue basi sulla definizione della legittimazione professionale piuttosto che sulla ricerca di una cultura condivisa della relazione d'aiuto. Il processo del farsi aiutare, soprattutto in Italia, soffre di storiche e radicate stereotipie pregiudiziali che normalmente pongono un filtro consistente a chi ne ha bisogno per la ricerca di un professionista e spostare i termini della questione dal campo del merito (la qualità della relazione) a quello ideologico (la titolarità della relazione) non facilita certamente l'accesso.

 

 

1

Per maggiori approfondimenti che riguardano il Codice Deontologico, la Privacy, la disciplina del segreto professionalee il Codice di Condottadello psicologo in relazione alla sua utenza, i links riportati sono presi dall'Ordine degli Psicologi del Lazio a cui appartengo e dall'Ordine Nazionale Psicologi.

 

2

Si può denunciare una madre, un prete, un insegnante di scuola, un allenatore sportivo e chi più ne ha più ne metta per esercizio abusivo della professione nel momento in cui viene pescato ad aiutare qualcuno sulla base delle sue conoscenze “empiriche” dell'essere umano? o il problema rimane come sempre il farsi pagare per questo cioè il configurare il proprio agire come un prodotto piuttosto che come un servizio? E come si fa a stabilire se il prodotto in questione, una volta riconosciuto come tale legalmente dalla pregressa riconoscibilità della formazione, sia di qualità o meno e quindi quantificabile in una parcella corrispondente? Se diamo per scontato infatti che alla forma giuridicamente riconoscibile come può essere la laurea corrisponda senza dubbio la qualità della relazione d'aiuto, dovremmo per forza di cose ammettere che ogni psicologo sia un miglior pedagogo rispetto a una madre perchè ha studiato Bowlby, un miglior consulente rispetto a un prete perchè ha studiato Freud e un miglior educatore rispetto a un insegnante di scuola perchè ha studiato Piaget?